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Lorenzo Gianotti – Il caso dei 61 licenziati

Dopo il licenziamento dei 61 sospettati di terrorismo, i sindacati dichiararono uno sciopero di tre giorni che non ebbe alcun successo. Il Pci, invece, assunse una posizione diversa: invitò la Fiat a denunciare alla Magistratura chi era sospettato, dando una giustificazione effettiva del licenziamento. Contestualmente, il clima che si respirava tra la dirigenza aziendale era diventato insostenibile per la paura di rivalse.

Ines Arciuolo – L’accusa di terrorismo

Il licenziamento dei 61 operai si collega direttamente con l’accusa – che per alcuni di essi si rivelerà infondata – di terrorismo in fabbrica. L’operazione, dell’azienda, di divulgare via stampa i nomi dei licenziati e far passare un messaggio incauto sul tema stesso della lotta armata, provocò un’azione immediata dei sindacati: la proclamazione di uno sciopero di tre ore contro il terrorismo – sciopero non riuscito. Questa mossa potenzialmente avvallò l’ipotesi che gli stessi accusati fossero effettivamente colpevoli.

Cesare Allara – Dimissioni dal Sindacato

In seguito ai licenziamenti dei 61 operai nel 1979, i sospetti di terrorismo dilagano non solo nelle officine, ma anche negli uffici. Un impiegato delegato, innocente ed estraneo ai fatti, viene licenziato con accuse molto gravi. In questa circostanza il Sindacato non prende le difese del delegato, ignorando inoltre una mozione firmata dai colleghi e dai capi che garantivano la sua innocenza. Il distacco dal Sindacato, per Allara, diventa dunque un suo obbligo morale.